LA SOCIOLOGIA DI “UN’ECO CHE VIENE DALL’ANIMA”.

        Pochi forse conosceranno il mio volume dal titolo “Un’eco che viene dall’anima”, ma ancor di più pochissimi, di quanti hanno avuto modo di averlo tra le mani, si saranno resi conto che quello scritto è profondamente impregnato di sociologia, con tutti i relativi connessi: antropologia, psicologia, studio dell’ambiente ecc.

        E’ difficile, infatti, per chi non ha chiara la nozione di “sociologia”, poter comprendere come il sociologo abbia di mira soprattutto la società nella sua struttura, ma anche nel suo dinamismo. Poco importa se il sociologo si limiti a studiare singoli gruppi o ad aspetti particolari di singoli nuclei umani.

        Apparentemente lo studio del sociologo potrebbe anche sembrare una specie di autobiografia, ma in realtà quest’ultimo aspetto può e deve essere letto in una visuale più ampia e molto di più omnicomprensiva.

        In realtà, nel volume citato vengono messe in luce le varie fasi della vita personale di un ragazzo di Calabria; quindi di un particolare nucleo umano, che, di per sé, potrebbe estendersi anche ad altre zone dell’Italia meridionale.

        Al sociologo non interessa più di tanto il fatto che quel ragazzo sia nato in un determinato paese di Calabria, ma come si traduce la sua esistenza soprattutto dal punto di vista relazionale. Tutto gira, pertanto, in un orizzonte molto più largo di quanto potrebbe sembrare.

        Così, ad esempio, i genitori del ragazzo, con tutti i loro problemi (si pensi al grave problema emigratorio dell’epoca); altrettanto dicasi della vita vissuta nel villaggio. Quando si descrive il modo di giocare dei ragazzi di Via Montanara, come non pensare ai ragazzi della Via Paal? E quando ci si sofferma a parlare dei rapporti tra i cosiddetti ricchi e poveri del villaggio, non ci si limita affatto ad essi, ma il discorso è valido per tutta la Calabria; così pure nella descrizione delle figure emblematiche del villaggio, delle varie angherie subite dal ragazzo e delle problematiche derivanti dalla sua evoluzione psicosomatica, ecc.

        Eppure quanti hanno letto il libro in oggetto, purtroppo quasi tutti hanno compreso, più o meno l’aspetto autobiografico, e che lo scritto fosse di facile lettura. Tutto ciò, peraltro, lo si può anche comprendere, quando non si è conosciuti come sociologi, ma soltanto, come nel mio caso, al più come vescovo o come uno degli ecclesiastici, che nulla possono avere a che fare con la sociologia, come se questo aspetto dello scibile umano fosse una specie di riserva di caccia per determinate persone. Senza mettere in conto che il sottoscritto, oltre agli studi di filosofia, di teologia e del diritto, abbia voluto affrontare anche gli studi delle scienze sociali.

        Forse, se al mio nome di Girolamo Grillo, ci fosse stato, ad esempio, quello di un Don Luigi Sturzo, e più ancora di un Ferrarotti o di un Alberoni, la maggior parte dei miei scritti sarebbe stata letta con una lente molto ben diversa.

Mons. Girolamo Grillo, Vescovo emerito di Civitavecchia-Tarquinia