UN “APOSTOLO DEL SUD”.

        L'esempio di vita e le opere di don Francesco Mottola hanno ancora oggi molto da insegnare a tutti coloro che avranno la fortuna di conoscere questa figura straordinaria di sacerdote e di uomo del sud. La sua scelta di "carità integrale" è un apostolato in cui l'ardente misticismo si traduce in amore fattivo verso i più deboli, gli ultimi, gli emarginati, nei quali più che in chiunque altro Cristo è presente.

        Le sue scelte furono guidate anche da una acuta comprensione dei tempi in cui viveva; intuì la necessità che l'apostolato oblato avesse caratteristiche allora non così comuni (specialmente nel sud Italia), e fosse "apostolato di strada", condotto all'interno del mondo e alla ricerca di Cristo nella sofferenza del mondo.

        Il profondo misticismo di don Mottola e delle sue oblate si realizza nell'isolamento in quello spazio interiore nel cui silenzio possiamo ascoltare la voce di Dio, e che è dedicato alla preghiera. Ma indissolubile da questo è la “preghiera attiva” dell'apostolato di carità, dell'aiuto verso i più umili.

       Anche oggi l'Istituto degli Oblati cerca di mantenere questo costante aggancio alla realtà dei tempi in cui viviamo e alle sue trasformazioni: le “Case di Carità” si evolvono, andando a cercare le nuove forme di disagio, proprio come tanti anni fa Don Mottola e i suoi primi seguaci andavano a cercare nei tuguri chi aveva bisogno di loro.

       Ciò è importante, perché l'insegnamento di Don Mottola torna urgente più che mai oggi, in un'epoca che sembra molto lontana dal suo spirito, e proprio per questo ha più che mai bisogno di messaggi di apostolato come il suo.

        Viviamo infatti in un'epoca di crisi e di trasformazioni, quale alcuni anni fa non si sarebbe facilmente previsto. Il passaggio dalla modernità industriale ad una post-modernità non più "semplicemente" industriale genera una crisi profonda, le cui conseguenze cadono su tutti noi, ma soprattutto sui giovani e sulle fasce di vecchia e nuova marginalità.

        Questa "post-modernità" nasce da una globalizzazione troppo spesso mal eseguita, da una prevalenza dei grandi interessi economici mai così spinta e legata non tanto alla realtà di un tessuto imprenditoriale e industriale quanto ad una finanza più o meno virtuale, dalla crisi della "vecchia" politica e delle strutture sociali di sostegno (welfare, sindacati); la globalizzazione porta poi da un lato a delocalizzare sempre più le attività produttive (il che a volte si lega a tentazioni di vero neocolonialismo economico), dall'altro ad una immigrazione di massa che conduce nuove paure e tentazioni di scontro sociale.

       A tutto ciò è strettamente legata una crisi di valori mai così profonda; potremmo parlare di un vero "attacco ai valori", il cui scopo recondito è quello di indebolire qualunque struttura abbia natura tale da opporsi alle esigenze della "post-modernità", esigenze puramente economiche ma molto abili nel presentarsi come "progressive". In questa ottica tutto va deciso per favorire le esigenze di un mercato che si definisce più che mai "libero", ma non lo è perché sfrutta ogni mezzo per imporre le esigenze dei forti.

       La liquidazione dei valori tradizionali e la "liquefazione" delle strutture sociali serve a creare un mondo di soli individui, forti consumatori, schiavi di un assordante marketing che propone un vuoto patinato e costoso, meritevole di indebitarsi per averlo.

       Le vittime di questa pericolosa fase storica sono soprattutto i giovani; per la prima volta da secoli, la nuova generazione non si attende una prospettiva di vita migliore di quella dei loro padri.

       Questa crisi di sistema colpisce i deboli e tutte le vecchie e nuove subalternità sempre più lasciate indietro, per le quali la forbice sociale fatalmente si allarga: i tanti sud del mondo, le persone ancor giovani già quasi fuori dal mercato del lavoro, i precarizzati a vita, gli anziani, gli immigrati.

        Perciò, il messaggio di don Mottola è più che mai fondamentale e vitale. Lui fu l'apostolo di un sud emarginato e subalterno, preso nel difficile passaggio dalla società agraria ancora quasi feudale a un mondo industriale già allora (gli anni '30, il dopoguerra) in crisi.

      Oggi lui ci richiama a guardare ai nuovi poveri, e a un sud non più così marginale ma vittima di degrado e criminalità. Ci richiama a dare un senso ai giovani di oggi, sperduti in un mondo del quale pensano di sapere tutto, ma che li vuole sazi e disperati.

       Infatti, ci richiama anche a combattere l'opera di distruzione dei valori che sta avendo luogo. Più che mai oggi l'azione di carità fattiva è coniugata con la riscoperta dentro di sé dei valori spirituali, la ricerca di Cristo fuori di noi con la riscoperta di Cristo in noi; fuori dal frastuono del marketing delle anime, risuona quel richiamo divino a cui don Francesco rispose un giorno: “eccomi”.

Mons. Girolamo Grillo, Vescovo emerito di Civitavecchia-Tarquinia